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Ogni riferimento a persone esistenti, a luoghi o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
È tutto inventato e se vi ci riconoscete o riconoscete qualcuno, è solo perché eravamo tutti uguali in quegli anni!
A Francesca.
Che non c’è più.
O forse non c’è mai stata.
Episodio I
Maggio 1984
La campanella dell’ultima ora è sempre il momento più bello della giornata di scuola. Le ultime due ore di Italiano sono state pesanti come un macigno. Salto fuori dalla classe come se fossi sui blocchi di partenza dei quattrocento metri. Scendo le scale veloce, attraverso il cortile dell’edificio che dividiamo con una scuola elementare e una media, ed finalmente esco. Sono fuori. Alzo gli occhi e dai platani di viale Angelico si intravede un cielo azzurro e un sole caldo. Roma sa come mettermi di buon umore.
Pochi passi e sono davanti all’alimentari dove spesso compro la pizza per la merenda delle dieci. L’odore del pane appena sfornato mi mette una fame incredibile. Sopra la cassa, una mensola con un piccolo televisore in bianco e nero trasmette il telegiornale del primo canale. Un signore lo guarda distrattamente, mentre si sta facendo aprire la pizza bianca per farla farcire con la mortadella, molto probabilmente il suo pranzo. Il mio stomaco si ricorda subito che è ora di pranzo e protesta. Non posso fermarmi, ho un sacco da fare oggi pomeriggio.
Pochi saluti ai compagni di classe, oggi dovrò prendere l’autobus, niente passaggio in motorino. Il mio amico Stefano dell’altra sezione che di solito mi accompagna con la Vespa non è venuto a scuola.
Arrivo alla fermata dei mezzi pubblici a viale delle Milizie, affollatissima. Già vedo il mio autobus che si profila in lontananza, proveniente da ponte Matteotti. Mentre salgo sul 490 che avrebbe dovuto portarmi a casa, non ho idea che di lì a pochissimi minuti la mia vita di sedicenne senza pensieri sarebbe cambiata per sempre.
Un paio di spallate per salire sul mezzo affollato dell’una e mezza, con tutta la città che voleva tornare di corsa a casa per pranzo. Un lunedì come tanti altri, solo più vicino alle fine della scuola. Il mio abbigliamento da tipico tozzo romano mi fa sembrare parecchio diverso dagli altri passeggeri.
Appoggiato sulla spalla, lo zainetto Invicta a righe di tessuto plastico, bianco e giallo, ormai a fine anno è sporco lurido, il maglione blu della Marina Yachting di lana idrorepellente con un inserto in nylon sulla parte davanti del colletto, che tiene un caldo pazzesco, con una maglietta Fruit of the Loom rigorosamente bianca, un paio di Levi’s 501 una taglia troppo grandi, una cinta El Charro che mi hanno appena regalato per il compleanno, un paio di Clarks color tortora con lacci nuovi rigorosamente originali e dei calzini Burlington scozzesi, unico strappo a una moda che non ammette troppe distrazioni.
Nella mia testa solo la gioia quasi incontenibile per un bel voto al penultimo compito in classe di matematica, che mi aveva dato una promozione quasi sicura. Ero stato l’unico a trovare la soluzione a un problema e questo mi garantiva che non ci fossero dubbi sul fatto che non avevo potuto copiare. Avevo svolto tutto da solo e avevo recuperato miracolosamente un votaccio rimediato ad aprile.
Però sulla mia faccia da adolescente imberbe ho soprattutto il sorriso di chi solo il giorno prima ha fatto un altro paio di passi in avanti nella sua vita. In una domenica pomeriggio sonnacchiosa, approfittando della casa libera di uno dei miei migliori amici, Fabrizio, avevamo organizzato un pranzo con le ragazze che frequentavamo. Quello che era successo dopo, con Tutto il Calcio Minuto per Minuto in sottofondo, non lo avrei mai dimenticato come non avrei dimenticato il suo profumo e quella incredibile sensazione che ancora si propagava per il mio corpo di adolescente alto e secco, con gli occhi troppo buoni e un sorriso senza macchia e cattiveria.
Mentre guardo via Andrea Doria dal finestrino mi sembra di essere ancora lì, nel letto del mio migliore amico con lei, la luce che filtra dalle tapparelle abbassate e che disegna forme sull’armadio tappezzato di foto di giocatori della Roma. I vestiti buttati per terra, quasi accapigliati, intrecciati. Una calma irreale, il suo respiro contro il mio petto senza un pelo, non si sente nulla. Le sue mani che si muovono curiose sul mio corpo, la mia bocca che cerca frenetica qualcosa che ancora non conosce, le nostre dita che si intrecciano, le nostre labbra che si sfiorano, il calore, l’odore, il sapore, tutto sfumato, tutto confuso. Un silenzio inimmaginabile per quella situazione. Mi pare di essere in un posto che non esiste. Forse me lo sarei immaginato. Forse no.
Sento il campanello per prenotare la fermata, istintivamente alzo lo sguardo, so già che la prossima fermata è la mia. Mi risveglio dall’abbraccio immaginario ma reale come il profumo inebriante dei suoi capelli e la morbidezza della sua pelle, mi sembra che sia lì accanto a me su quell’autobus affollato, metto un attimo da parte il mio sogno a occhi aperti e sono pronto a scendere.
Se avessi dovuto decidere come avrebbe dovuto essere questo lunedì di maggio non avrei saputo scegliere un modo migliore. Si, sono proprio contento. Tutto sta andando come dovrebbe andare nella vita di un adolescente. Senza pensieri, un cammino tranquillo verso la vita, con qualche scossone, giusto per non annoiarsi...
Da viale delle Milizie a Baldo degli Ubaldi sono poche fermate, non ci vuole tantissimo a tornare a casa, non credo di averci messo più di un quarto d’ora. Il traffico è scorrevole. Scendo alla prima fermata davanti alla concessionaria della Renault, salto gli ultimi due gradini, sono euforico. Valle Aurelia davanti a me, una specie di paese di campagna nel cuore di Roma a poche centinaia di metri da San Pietro. Giro l’angolo. Un odore acre mi colpisce. Non lo dimenticherò mai più. Odore di plastica bruciata, legno e altro. Non è un odore tipico di qualcosa che brucia. È molto particolare, pungente, acido, fa quasi male. Non lo scorderò mai più.
Giro l’angolo e dalla parte alta di viale di Valle Aurelia vedo autobotti dei pompieri, polizia, carabinieri e quanto altro davanti al mio palazzo. La facciata è scura di fuliggine. Una bruttissima sensazione si fa largo dal mio stomaco e raggiunge la base del cranio, un brivido freddissimo mi scende lungo la schiena. Il mio corpo acerbo risponde istantaneamente, facendo la cosa che sa fare meglio: correre. Corro veloce verso casa. Attraverso la strada come se dovessi fare le prossime Olimpiadi di Los Angeles. Almeno due macchine inchiodano per non investirmi. Continuo a correre.
Corro e basta, non penso nemmeno. So solo che devo arrivare. Entro nell’immenso androne che i miei amici di scuola chiamavano la Stazione Termini per via delle sue dimensioni, noto le facce di tanti condomini che mi guardano tristi, come se già sapessero cosa è successo. Vedo il portiere, che mi conosce da quando sono nato, piangere seduto sulla sua sedia di paglia davanti alla guardiola, lui che è duro come un pezzo di travertino, piange.
Il mio cuore batte come non mai, non ho paura, non ho emozioni, sento solo quell’odore di bruciato e devo scoprire cosa succede.
La prima rampa di scale la faccio con soli tre passi, poi mi fermo. Quello che vedo mi ricorda la bocca dell’inferno, o almeno quello che immagino sia l’inferno. La porta di casa non c'è più, al suo posto quello che mi sembra una voragine nera, con il fumo e il vapore che ancora escono e salgono sulla rampa della scala B. L’acqua bagna le scale. Vedo pompieri e un poliziotto. Nessuno mi dice nulla.
In quel momento dalla porta esce mia madre, stralunata e sconvolta come non l’ho mai vista. Con gli occhi velati di lacrime, al suo fianco suo cugino, un funzionario della Digos che si è precipitato a casa una volta saputo dell’accaduto. Mi guardano con un sorriso tiratissimo, mia madre corre verso di me, quasi scivola sulle scale intrise di acqua e poltiglia, composta principalmente delle nostre cose di una vita. Tutto bruciato e disciolto. Mi abbraccia forte forte, mi stringe. Io le chiedo solo: «Mamma dov’è Bond?» Quasi sussurrato, non ho voce, ora ho paura, non mi escono le parole ma non posso non sapere dove è il nostro cane. Ho il terrore di trovarlo dentro casa morto. Ho solo sedici anni, la vita mi sta crollando addosso.
Mia madre mi dice che sta bene, e a casa dei miei nonni. Non perdo un secondo, scendo le scale e ricomincio a correre, nell’altro senso questa volta, per andare a casa dei miei nonni. Scala F. Volo per il portone gigantesco, tra gli sguardi malinconici degli altri abitanti del palazzo. Una vicina mi chiama per nome, ho giocato a pallone con il figlio tutta la vita. Non mi fermo. Continuo a correre. Altre scale, fatte quattro a quattro.
Sul pianerottolo trovo mio nonno Gino, con Bond al suo fianco. Nonno ha il viso spaventato, ma è sempre forte. Ha settantatré anni, ha scavalcato due balconi e ha rotto una finestra per liberare il cane dall’incendio, non ho idea di come abbiano fatto ad andare via dal terrazzo. È un ex carabiniere che si è salvato dal massacro di Cefalonia 1943 e che è stato autista nei servizi informativi militari per tutto il resto della carriera. Un uomo di una volta. Eppure, piange e piange anche Bond nel vedermi. Il suo ululato acuto mi fa venire i brividi. Anche quello lo ricorderò per tutta la vita. Li abbraccio tutti e due come non ho mai abbracciato né uno né l'altro.
Esce sul pianerottolo mia nonna Anna. Alta poco più di un metro e mezzo, ha una forza di volontà incredibile. Figlia di un professore antifascista e di una nobile, ex promessa della lirica, ha perso tutto durante il fascismo e la guerra, e da figlia di una marchesa con la servitù, in cinque anni si è trovata a pulire le scale per sopravvivere. Ha visto il confino, la guerra, il marito disperso, ha cresciuto due figlie in una città che non conosceva e senza un lavoro fisso, eppure appena mi vede quasi sviene dall’emozione, come se pensasse che l’incendio mi avesse ferito mortalmente anche a distanza.
Ancora non ho capito nulla. Nonna mi chiede se ho fame. La mia routine prevede il pranzo, i compiti e gli allenamenti di atletica.
Il prossimo giovedì ho le finali romane dei Giochi della Gioventù, certo che, se non mi alleno, come posso fare una buona gara? Non lo so. Cosa devo fare? Non so se ho fame. Non so più niente. Devo capire. Devo vedere. Non voglio ma devo. Corro di nuovo a casa mia. Ora un dubbio mi assale. Ma le scarpe per correre le ho ancora?
Ricomincio a volare per l’androne, risalgo rapidissimo le scale, una fila di pompieri passano con sacchi dell'immondizia, pieni di masserizie bruciate. Riconosco alcune delle mie cose, che penzolano bagnate e bruciacchiate, come se fossero delle vittime di un incidente. Soprattutto vedo la manica dello Schott, quello che mi faceva sentire tanto figo, che penzola come un cadavere da un sacco nero. Mi sembra che un pezzo di me sia morto. Mi sento vuoto.
Sono le mie cose…le cose di tutta la mia vita. La mia vita. Dentro qualche sacco dell'immondizia
In un attimo realizzo che non ho più niente. Le certezze della vita di un ragazzo scompaiono in un attimo. Niente più Schott comprato a New York, niente più Moncler. Niente più Timberland, niente Levi’s 501, nessuna camicia a scacchi. Tutte le ore passate a cercare qualcosa di decente nel negozio dell’usato a Borgo Pio, in via Plauto, con quell’odore a metà tra muffa e iuta bagnata. Tutto andato, non c’è più niente.
Niente.
Niente.
Niente.
Le poche cose a cui do valore e che misurano la mia personalità, come per quasi tutti i ragazzi della mia età, sono sparite. Esco da quella che la mattina era una casa di una famiglia piccolo borghese e che ora è un tunnel nero in cui è scomparsa la mia adolescenza e il benessere dei miei genitori.
Non me ne rendo conto. Non ci penso. Forse non so nemmeno come si fa a pensarci. È incredibile quanto la mia vita sia cambiata negli ultimi quindici minuti e un senso di incertezza abbia invaso tutti gli angoli della mia coscienza. Lo sento chiaramente che non andrà più via. Come quell’odore appiccicoso e maledetto.
Mentre scendo le scale per tornare da mia nonna, esco un attimo dal portone, passa davanti alla frutteria di Roberto, un amico dei miei. Ci prendiamo sempre in giro per via della nostra opposta passione calcistica. Mi abbraccia come se fossi suo figlio, anche lui con le lacrime agli occhi. Mi da una busta di carta, quelle di colore scuro, con delle banane, perché le prendo sempre prima di allenarmi. Non lo so se oggi mi allenerò... non ho le scarpe.
Carlo, il droghiere del quartiere, è lì davanti con una busta appena mi vede si fa avanti, mi abbraccia anche lui e mi dice che ci sono dei panini per noi.
Faccio fatica a capire quello che mi succede attorno. Sono in mezzo alla gente del quartiere che si stringe a noi, come se fossimo una grande famiglia, ma io sono solo, solo, senza niente. Non riesco a pensare. Sono solo. Solo.
Mentre comincio a spaventarmi sul serio, vedo la macchina di mio fratello che arriva. Mio padre in quel momento appare dall’antro scuro e fumoso, come se fosse riuscito a emergere dalla massa enorme di problemi solo ora. Esce insieme a un dirigente dei pompieri, parlano fitto. Non mi guarda, non mi vede nemmeno. Distante, sotto il peso di problemi che io faccio pure fatica solo ad immaginare. Istintivamente mi giro e vado da mio fratello. Mi guarda con gli occhi attoniti, anche lui non capisce. Non ho tanto da dirgli. Mi ascolta un attimo e poi corre su anche lui.
Rimango solo di nuovo in mezzo a Valle Aurelia, con un paese che mi guarda e nessuno veramente vicino. Provo un senso di vuoto che è anche solo difficile da spiegare.
La sera ripasso per casa, cerco qualcosa, non so nemmeno cosa. Ma la cerco lo stesso. L’appartamento è stato messo in sicurezza, ci sono delle putrelle per puntellare le travi della mia stanza che sono state esposte alla temperatura altissima dell’incendio. L’appartamento puzza di fumo e scricchiola. Non è rimasto nulla della nostra stanza. L’incendio si è sviluppato da lì. Le cause ancora da accertare.
La mattina dopo vado a scuola come se niente fosse, incrocio mia madre che va a parlare con la preside per spiegare l’accaduto, parla anche con la professoressa d’Italiano, come se volesse far capire che non sarei stato in grado di affrontare di essere rimandato.
Durante la ricreazione, un paio di amici che abitano vicino casa mia e che vengono allo stesso liceo mi chiedono cosa sia successo. Racconto quello che so, non tanto. Passo il tempo fuori in cortile accanto a quelli che fumano, con l’intento di coprire la puzza di fumo dei miei vestiti con l’odore del tabacco.
Mi vergogno come un ladro perché ho gli stessi vestiti di ieri, ma soprattutto perché odoro di quel fumo appiccicoso, che racconta tutta quella brutta storia; però non so cosa farci. Manca poco all’uscita. Meno male.
Questa volta Stefano si è degnato di farsi vedere a scuola e mi accompagna a casa con la sua Vespa Special bianca. Trovo i miei nonni paterni che sono venuti a trovarci. Anche i miei zii sono lì, si sono presi un giorno di ferie per stare accanto a mia madre. Mio zio materno si è fatto fare un prestito in banca per darci dei soldi per i vestiti. Non abbiamo più niente da mettere e sono ancora con i gli stessi abiti di ieri. Non ho idea dello sforzo che ha fatto, lo realizzerò solo dopo, ma anche sul momento mi pare una cosa enorme.
Mio padre parla con mio nonno, li sento discutere di soldi e di assicurazione, che potrebbe non coprire le spese. Ma non capisco più di tanto, alla fine ho solo sedici anni da una settimana.
Il pomeriggio vado a fare i compiti a casa di un mio amico, abita alla Balduina. Non ci metto tanto ad arrivare. Ma sono come perso. Non so bene cosa devo fare. Gli allenamenti di ieri li ho saltati, io che pioggia o sole sono sempre lì al campo di atletica dietro l’ISEF.
La mamma del mio amico mi parla, mi chiede, mi rassicura. Ma è come se non la sentissi. Mi pare di guardare la televisione senza audio. Lui per tre volte mi dice che so di fumo. Mi vergogno ma non so cosa fare, posso solo vergognarmi. Torno a casa verso le sette di sera, non ho programmi, non ho la mia routine di tutti i giorni. Vado avanti a tentoni.
Scendo alla stessa fermata del giorno prima, ma stavolta non c'è traccia del ragazzo felice e super eccitato. Cammino con le mani in tasca e la testa bassa.
La vedo subito, da lontano. È seduta sulla sua Vespa grigia metallizzata che ha preso talmente tante botte da sembrare stropicciata. Ma io la adoro così com’è, senza freno davanti che tanto non serve a nulla e spesso pure senza frizione. I suoi capelli castani lisci e lucidi brillano nel tramonto di Valle Aurelia, ex borgata che si è scoperta al centro di Roma pur essendoci sempre stata. Si gira e mi vede, un sorriso triste le cambia il volto. I suoi occhi verdi mi guardano angosciati come se non mi conoscesse più. Solo poche ore fa mi aveva guardato in una maniera completamente diversa mentre eravamo così vicini da respirare la stessa aria.
«Ciao Anna» le dico.
«Ciao Davidino, come stai? Ho provato a chiamarti ieri sera ma non mi rispondeva nessuno. Mi stavo preoccupando e stamattina ho telefonato da scuola durante la ricreazione. Mi ha risposto tua nonna e mi ha detto cosa è successo. Oddio Da’ mi dispiace così tanto…» I suoi occhi si riempiono di lacrime. Solo poche ore prima l’avevo vista ridere così felice e ora.
«Dai Anna, non è niente – mento palesemente per farmi coraggio anche se non ci credo per niente – vedrai che tutto si sistema.»
«Ti ho portato un po’ di cose per vestirti, sono di mio fratello Andrea, penso che ti dovrebbero andare bene. Andrea è un po’ più grosso di te, ma tu sei più alto.» La vergogna per i miei vestiti torna di corsa, come se si fosse scordata di esistere per un momento.
Anna scende dalla Vespa parcheggiata su un cavalletto sbilenco e mi abbraccia forte, sento le sue lacrime che scendono sul suo viso e si mischiano alla mia pelle. Improvvisamente sento un’onda di emozione montare dentro di me. Forte forte, mi metto a piangere anche io. È lei l’unica persona che sento vicino in questo momento. È l’unica che mi ha capito. Lei è qui per me.
Ci siamo conosciuti davanti al Much More solo un paio di mesi prima, il 1 Marzo, Giovedì Grasso. Io non sono entrato perché non sono riuscito a rimediare il biglietto omaggio e non voglio spendere settemila lire, anche perché non le ho. Lei e la sua amica sono sedute sulla Vespa sull’altro lato della strada, proprio accanto a dove era legato il Ciao che mi avevano prestato per tornare a casa, Il proprietario voleva entrare ed io mi sono fatto lasciare le chiavi per non prendere l’autobus. Ma è già buio e non riesco ad aprire il lucchetto. Mentre smadonno a bassa voce vergognandomi come ladro, perché non riesco a vedere dove infilare la chiave, la sua amica mi guarda e mi dice:
«Vuoi che ti facciamo un po’ di luce con l’accendino?»
Io che sono troppo timido per parlare con delle ragazze in mezzo alla strada, figuriamoci abbordarle, la guardo dal basso e le faccio cenno di sì. Lei apre un pacchetto di Philip Morris Light, e tira fuori un piccolo Bic, lo accende e finalmente riesco a slegare il motorino.
Alzo la testa, ben coperta da un cappellino Marina Yachting blu scuro che spero mi faccia un po’ la faccia da duro e le guardo sorpreso. Sono insolitamente carine, pure troppo per rivolgermi la parola. Mi alzo.
Faccio un passo in avanti, sono davanti a loro. E il massimo che riesco a dire è: «Grazie.» Dentro di me mi mando a quel paese, quando mi ricapita un’occasione così, ma non so proprio da dove cominciare.
La sua amica, Cristina, invece lo sa benissimo e mi chiede:
«Perché non sei entrato? Non avevi l’omaggio?» E io che avrei potuto mentire benissimo e inventarmi una scusa figa, dico candidamente:
«No, non ce l’avevo e non avevo nemmeno i soldi…» Mi maledico, pure la figura del poveraccio sto facendo, e tutto da solo! Loro due sbottano a ridere e mi dicono in coro:
«Manco noi!» E allora mi metto a ridere anche io. La timidezza si sciogliepiano e passiamo quasi un’ora a chiacchierare delle nostre vite seduti sui motorini a via Luciani, nel cuore dei Parioli.
Cristina parla senza sosta, raccontando la vita sua e quella di Anna, così si chiama l’altra ragazza con gli occhi verdi e lo sguardo triste.
Vanno al liceo artistico di via Crescenzio, fanno il terzo come me e sono compagne di classe. Anna è più timida, parla poco, alta, con un profilo importante e delle mani bellissime. Ha un Moncler nero lucido, che le sta benissimo, con una sciarpa di Burberry’s. Con la moda del momento, essere carine e femminili per una ragazza è una bella impresa. Eppure, Anna e Cristina sono così carine! Non hanno quel colore di viso tipico delle bore cariche di fondotinta, per intenderci quello che lasciava l’alone sulla parte posteriore del piumino di quel poveraccio che se le portava dietro.
A tenere viva la conversazione ci pensa Cristina, non si ferma un attimo. Parla sempre. A un certo punto, così all’improvviso si gira e mi guarda negli occhi dicendomi:
«Perché non ti prendi il telefono di Anna, così ci rivediamo con i tuoi amici?» Io devo essere diventato paonazzo, preso letteralmente in contropiede, perché Anna visto il mio imbarazzo dice:
«Ma no Cri’, lo sai che poi mia madre mi rompe se mi telefonano a casa. Basta che vieni uno di questi giorni all’uscita di scuola, ci becchiamo di sicuro.»
Ma Cristina insiste, si vede che ha percepito qualcosa che io nemmeno immagino. Cerca nella tasca della giacca di montone da aviatore Avirex e tira fuori un Uni Posca giallo e sulla parte posteriore del faro del Ciao mi scrive il telefono di Anna, ripassando bene per essere sicura che fosse un minimo visibile. In quel momento davanti al Much si ferma una Golf grigia, non vedo bene chi c’è dentro, ma sentiamo benissimo la musica che esce a palla dai finestrini. All Night Long risuona per i Parioli, Cristina si mette a ballare e Anna scoppia a ridere.
Mi chiedo seriamente perché stiano perdendo tempo a parlare con me, viste le occhiate interessate che ricevono dagli occupanti della Golf. Meglio battere in ritirata.
Io non so bene cosa fare. Loro si preparano ad andare via. Non ho mai guidato questo motorino, c'è il rischio che faccia una grezza clamorosa e non riesca nemmeno a metterlo in moto.
Apro la benzina, tiro la frizione (che poi sarebbe lo starter ma nessuno lo chiama così) e do un colpo secco di pedale con un filo di gas. Partito al primo colpo, almeno non ho fatto la figura del cretino!
Sto per salire, Cristina si avvicina e mi stampa un bacio sulla guancia. Io, sorpreso, mi giro, guardo Anna e lei per non essere da meno mi bacia tutte e due le guance. Per un attimo sento il suo respiro sul mio viso. I nostri nasi quasi si sfiorano. Provo una strana sensazione alla bocca dello stomaco.
Sono al settimo cielo, ma mi devo sforzare di non farlo vedere. Gli chiedo da che parte sono dirette e loro mi dicono che andranno verso via Bruno Buozzi. Io scelgo ovviamente l’itinerario opposto, verso piazza Euclide, passando da via Archimede, allungando in maniera clamorosa, ma almeno non mi faccio vedere appiccicoso!
Ultimo sguardo, un bel sorriso e via. Volo verso casa, anzi, verso il garage del mio amico, dove devo lasciare il Ciao ed essere sicuro di scrivermi il numero di Anna.
E’ sabato 3 Marzo, mi sono fatto prestare la Vespa da uno che abita nel mio palazzo ed andro’ sotto la loro scuola. Non me la sono sentita proprio di chiamare Anna. Chissà chi avrebbe potuto rispondermi. Faccio prima così.
Ci ho messo due ore per decidere cosa mettermi, fa freddino ma alla fine lo Schott comprato negli USA l’anno prima e il cappellino, insieme ai guanti di montone non si battono. Sono nervoso a scuola, mezzogiorno non arriva mai, il sabato usciamo un’ora prima. Campanella, scendo di corsa, non parlo con nessuno e vado al volo verso via Crescenzio, passando per Via Fabio Massimo.
Ci ho messo pochissimo, ora il problema è capire quando uscirà e soprattutto riconoscerla in mezzo a quel casino che è l’uscita di un liceo al sabato.
Arriva mezzogiorno e mezza. Suona la campanella e una fiumana di ragazzi e ragazze esce per andare a godersi il fine settimana del Carnevale. Ci sono diversi ragazzi che aspettano lì fuori, si vede che non ho avuto quest’idea solo io.
Alla fine, è Cristina che trova me e da dietro mi mette le mani sugli occhi. A momenti casco dalla sella, per lo spavento, ma faccio finta di niente, mica ti vorrai far vedere terrorizzato no?
«Ciao Da’ ma che carino che sei stato a venire! Mi ha detto Anna che non l’hai chiamata, perché?»
Dentro di me penso che sia ovvio, mi vergogno di chiamare una ragazza a casa che ho visto solo per un’ora in vita mia, ma non lo posso dire. Cerco di essere figo e dico:
«Ma Anna non aveva detto di venire a scuola? La mia scuola è a via Silvio Pellico, sono cinque minuti, e poi mi sono dimenticato di copiare il suo numero dal faro.» Aggiungo questo dettaglio per rafforzare la mia storia, ma sto mentendo palesemente. Due sere prima avevo passato venti minuti con il garagista a cercare di capire quale potesse essere il numero che aveva scritto, visto che la vernice del Uni Posca era un po’ scolata. Alla fine, in due non eravamo riusciti a capire se fosse un tre o un nove e quindi avevo due numeri diversi da chiamare.
Anna arriva, la vedo da lontano. Oggi con il sole mi pare ancora più carina. Senza trucco e vestita più semplice mi sembra proprio una bellissima ragazza. Si avvicina, mentre parla con due ragazze, le saluta e viene verso di me.
«Ciao, mica me lo ricordavo che eri così alto!» Mi dice guardandomi un po’ sorpresa.
Stiamo lì fuori fino alle due. Anna è venuta a scuola in motorino insieme a Cristina, che mi chiede se la posso riaccompagnare io. Sorrido e dico immediatamente di si! Sono lì apposta!
Anna abita alla fine della Balduina, con il 913 ci metterebbe una vita. Mi sporgo un po’ in avanti sulla Vespa, le faccio spazio e lei sale agilissima. Sento un attimo di imbarazzo quando lei deve decidere se abbracciarmi per reggersi o stare un po’ più distante, ma poi sento il suo corpo che si stringe al mio e appoggia la sua testa dietro la mia spalla.
Non mi voglio sbagliare, ma è la prima volta che riaccompagno una ragazza a casa con il motorino. Mi pare una cosa molto importante, come se avessi fatto un passo avanti nella vita. Frizione tirata, metto la prima ruotando il polso verso l’alto e via, percorro Via Crescenzio andando pure troppo piano, faccio il giro di Piazza Risorgimento e prendo via Leone IV. Incrocio un paio di amici dello stadio, che mi salutano urlando come beduini, prendendomi in giro perché sono con una ragazza. Sento Anna che ride dietro di me e mi dice:
«Sono più cretini di mio fratello, e ce ne vuole!»
Svolto per via Andrea Doria e vado dritto per viale delle Medaglie d’oro. Alla fine della salita, Anna mi indica la strada che per combinazione è vicino a dove andavo a scuola alle elementari.
Stiamo altri cinque minuti sotto casa sua ma mi sembra decisamente più nervosa, forse non vuole farsi vedere dai suoi, la capisco, quindi meglio andarmene. La guardo, intuisco che non è il caso di fare il romantico, bacetto sulla guancia e via. Mentre scendo per viale delle Medaglie d’Oro canticchio Love of the common people di Paul Young, l’ho sentita ieri pomeriggio su Radio Dimensione Suono, si e no so quattro parole in tutta la canzone, ma la canto lo stesso. Sono contento come un bambino alla Vigilia di Natale. Mentre la accompagnavo a casa, Anna mi ha detto che le piacerebbe uscire con me. Ci siamo dati appuntamento per andare a ballare al Piper martedì, che sarà Martedì Grasso.
Torno a casa, restituisco la Vespa al legittimo proprietario, cosa che mi è costata ben duemila lire di miscela. Sono le due e mezza, non andrò in discoteca oggi. Mi sa che mi vado a fare una corsa a Villa Pamphili. Correre mi rilassa e Dio solo sa se sono nervoso. Mangio una cosa di corsa, evito accuratamente tutte le domande di mia madre che è sospettosa come un segugio, mi cambio e corro verso la Villa, con in testa le cuffie del Walkman Sony Sport giallo. Sono praticamente certo che a Roma ce l’abbia solo io. Me l’ha portata mio padre da uno dei suoi viaggi, viene da Tokyo.
Corro otto chilometri, giusto per sentirmi la cassetta con classifica registrata dalla radio lo scorso sabato pomeriggio.
Alle quattro e mezza passa Giovanni ed andiamo a via Angelo Emo. Stiamo lì tutto il pomeriggio con gli amici, passiamo buona parte del tempo in mezzo alla strada a chiacchierare, nel bel mezzo del sabato di Carnevale. Molti di loro frequentano la comitiva che si trova davanti a Castroni, in via Cola di Rienzo. Quando non mi alleno alla Farnesina, ho una routine assolutamente collaudata. Torno da scuola, mangio da nonna, arrivo a casa mia, mezz’ora di relax, leggendo i giornali che mio padre ha portato il giorno prima dalla redazione, mentre la tv trasmette i video di Videomusic o qualche altro programma del pomeriggio. Poi mi metto a studiare. Sempre!
Sono stato rimandato i primi due anni di liceo, sempre e solo in francese, e mi sono promesso che quest’anno riuscirò a essere promosso a giugno. Studio almeno sino alle sei quando, puntualissimo, Giovanni mi citofona e ce ne andiamo a fare un giro.
Però differenza dei giorni della settimana, questo sabato pomeriggio il tempo sembra non passare mai. Per far passare il tempo mi faccio prestare un motorino e vado a fare un giro per via Candia e piazza Risorgimento. Non pensavo che avrei potuto essere così nervoso, non mi riconosco e non capisco cosa mi stia succcedendo.
Decido di allungare, passo davanti a Castroni, vedo Emanuele che viene a scuola mia e mi fermo a parlare con lui. Mi piace proprio fermarmi qui, ci sono un sacco di ragazzi che conosco di vista, qualcuno mi saluta, qualcuno manco mi guarda. A me piacerebbe venirci più spesso ma non è che mi posso presentare così, poi non ho nemmeno il motorino, un motivo di più per farsi promuovere! Domani non c’è nemmeno il campionato di calcio e il fine settimana sembra eterno.
Mentre decido che e’ il momento di tornare verso il bar, mi cade lo sguardo su una ragazza e praticamente mi si ferma il cuore. Sta venendo verso di noi, verso Emanuele per la precisione. Lo saluta baciandolo su tutte e due le guance, lei sorride, come sempre.
È lei! E’ Francesca.
La vedo sempre davanti al Nazareth e cerco sempre di incontrarla. Giovanni mi odia perché gli faccio fare via Cola di Rienzo avanti e indietro decine di volte. L’ho vista per la prima volta lo scorso dicembre. Ho una cotta clamorosa per lei, anche se non la conosco. Alta, magra, capelli lisci biondo scuri, con un sorriso spaziale. So che vive vicino piazza Mazzini, è un anno più piccola di me, ma l’ho vista qualche volta con un ragazzo più grande, con capelli lunghi, lisci e con la riga da una parte, come vanno di moda, con una Yamaha XT 550 e una faccia poco raccomandabile. Lei pur essendo una figa incredibile quasi non se la tira.
Emanuele si gira, si accorge che li sto guardando e me la presenta.
“No vabbè, ma che davvero? Mi sta succedendo sul serio?” Erano quattro mesi che morivo per conoscerla. Lei mi chiedo come mi chiamo ed io biascico il mio nome come se non volessi che se lo ricordasse. Lei rimane a parlare con noi un paio di minuti. È ora di tornare indietro. Saluto il mio amico, sorrido a Francesca che ricambia e via, nella speranza di non fare cazzate mentre vado via con il motorino. Torno a via Angelo Emo e poi a casa a piedi.
Però, prima di un interminabile domenica senza calcio, c’è un appuntamento a cui non si può mancare. Il sabato sera tutti i ragazzi di Roma, dalle dieci in poi vanno sull’Olimpica a vedere le impennate.
La prima volta che ci sono stato qualche mese fa, mi ha fatto un'impressione clamorosa. Tutti quei ragazzi che erano lì, assiepati sulle sponde di Villa Pamphili che si affacciano su via Leone XIII. Come uno stadio naturale. Una marea umana, forse cinquemila persone, non saprei dire un numero ma ricordo una folla enorme. E tutti quei pazzi che passavano con motorini, moto, vesponi, tutti rigorosamente su una ruota. Da soli, in due, in tre, con il passeggero seduto all’indietro. Una cosa dell’altro mondo a soli due chilometri e mezzo da casa mia.
Ceno, dico a mia madre che andrò a prendere gli spaghetti di gelato da Toni sulla circonvallazione Gianicolense (non ho mentito, la strada per andare è quella) e aspetto Giovanni.
Alle nove e venti arriva sotto casa, mi citofona e io scendo al volo. Sono mezzo emozionato. Non esco quasi mai la sera, ma ora mia madre mi fa uscire ogni tanto, soprattutto quando mio padre è via per lavoro. Partiamo, saliamo per via Pieralice e non appena svoltiamo per via Anastasio II ci mescoliamo a un traffico di moto e motorini che arrivano da Roma Nord, Parioli, Prati, Balduina e via dicendo. Tutta Roma sta andando lì! Al semaforo davanti al Bar Pappagallo, tutti cominciano a suonare i clacson, le moto sgasano. Verde! Le moto partono a cannone, i motorini fanno quello che possono, c’è un casino infernale. Io e Giovanni ci mettiamo sul lato destro. La sua Vespa è asmatica e va piano nel migliore dei casi. Meglio evitare di essere investiti.
Un chilometro e cominciamo la salita dell’Olimpica. Appena scolliniamo sul ponte che passa sopra a via Aurelia Antica lo spettacolo che ci si para davanti è incredibile. Ci saranno migliaia di persone, centinaia e centinaia di motorini, rumore di motori, puzza di olio a due tempi. E tutti quelli che lo sanno fare, cominciano a impennare. E pure di brutto. Ci passa accanto uno Yamaha XT Ténéré, sento distintamente che cambia marcia mentre è in equilibrio su una ruota. Mi passano a meno di mezzo metro. Sono in due, tranquillissimi. Il Ténéré grosso di suo con le due ruote per terra, messo su una ruota in mezzo al traffico mi pare enorme, altissimo. Io piccolo piccolo seduto sulla Vespa.
Uno spettacolo incredibile. Tutti su una ruota. Ci parcheggiamo allo slargo, quasi a piazza del Bel Respiro. Lo spettacolo continua.
Rimango colpito da uno che con un Yamaha TT si fa tutta l’Olimpica impennando e zigzagando tra le strisce che delimitano le due corsie. Passa un CB900F a una velocità che io non ho mai visto prima. Mi cade l’occhio su uno con una Vespa che pinna stando in piedi, mi domando come possa fare a frenare, forse non frena proprio.
Sono estasiato. Una cosa del genere nel cuore verde di Roma. Penso che i miei genitori non abbiano la minima idea di quello che possa succedere qui.
E penso anche che sia strano che non passi mai la polizia.
Mi sbaglio. Arrivano da piazza Pio XI, sono quattro o cinque auto della polizia municipale.
Tutti e cinquemila decidiamo di scappare insieme verso i Colli Portuensi. Un vero inferno in terra! Con Giovanni andiamo con la Vespa sul marciapiede, per poi buttarci giù per via della Nocetta. Saremo almeno duecento motorini, le guardie lo sanno e ci aspettano a metà strada. Nessuno, dico nessuno si ferma, nonostante le palette che intimano l’alt. Urla, risate nella notte, cori da stadio, fino alla fine della strada su via Aurelia antica, dove noi svoltiamo a sinistra per allontanarci dal traffico e non essere beccati.
Non ci ferma nessuno fino a casa mia. La serata è passata. E che serata! Torno a casa contento come una Pasqua e non vedo l’ora che arrivi martedì.
E alla fine il martedì arriva. E’ il 6 marzo, Martedì Grasso. Sono le tre e mezza, Giovanni mi ha telefonato e passerà a prendermi alle quattro meno un quarto. Sono emozionato. Sarò andato al Piper tre o quattro volte, non di più. Ma quello che mi preoccupa di più è che ho appuntamento là con Anna. Ingenuamente le ho chiesto:
«Ma dove ci vediamo?» E lei con il sorriso più bello che avessi mai visto mi ha detto:
«Non ti preoccupare ci troviamo dentro!»
Dentro di me ho pensato “Ma tu lo sai che casino che c’è lì dentro, tra fumo, musica a palla, centinaia di ragazzi che girano e ballano?” Ma l’ho solo pensato, il romano che c’è in me non avrebbe mai ammesso di avere paura di non incontrarla. Ma ora sono seriamente in pensiero.
Giovanni è già sotto casa mia quando scendo. Lui va in palestra, è famoso per i suoi dorsali fuori misura, che si sta facendo allenandosi tutti i giorni alla palestra Center Line della Balduina. E anche noto per non vederci benissimo, con il risultato di essere chiamato Mr. Magoo, come il cartone animato. Io non ho un soprannome, spesso mi chiamano Da’, spessissimo Davidino, che non è proprio il massimo della vita e non mi dà certo un'aura leggendaria, ma pazienza.
Fa freddo, giorno di tramontana a Roma. Oggi però non mi sono messo il cappellino. Ce l’ho nella tasca dietro dei jeans. Ci fermiamo dieci minuti al bar di via Angelo Emo, aspettiamo qualche altro amico. Ci passa davanti un gruppone di ragazzi che non conosciamo, viaggiano su una decina di motorini. Ci guardiamo malissimo, una banda di bori, non sono di qui vicino. Molto probabilmente stanno andando alla discoteca che c’è all’inizio di via Candia.
Alle quattro ci mettiamo in moto, via verso Castroni, famoso per il caffè e i dolci di tutto il mondo. Arriviamo e troviamo un sacco di gente. È Martedì Grasso, per noi adolescenti un momento di grande euforia. Da giorni girano per Roma gruppetti di ragazzi armati di bombolette di schiuma da barba con il tappo modificato per schizzare le ragazze. Addirittura, sotto scuola oggi c'è stata una battaglia con uova e farina. Mi sono tenuto lontano, l’ultima cosa che voglio è una nota o una sospensione. Mi ci manca solo quella, già ho il latino e la matematica che mi mettono pressione.
Le ragazze le guardo da lontano, parlo parecchio con i ragazzi che frequentano lo stadio, almeno abbiamo qualcosa in comune. Giovanni ha una storia con una ragazza che abita davanti casa sua, ora si sono lasciati, lui non ne viene a capo. Lui è sempre molto gentile con me. Ha provato a farmi conoscere qualche ragazza, ma il fatto che non abbia il motorino non mi rende certo più attraente.
Comunque, oggi l’obiettivo è diverso. Voglio andare al Piper e incontrare Anna. Punto. Non ho altro per la testa. Oddio non è proprio vero. Domani si gioca il quarto di finale di andata della Coppa dei Campioni e il biglietto dello stadio è già pronto. Roma Dinamo Berlino, della Germania dell’Est.
In condizioni normali sarei a casa a preparare tutto il necessario per lo stadio. Ma oggi non è un giorno normale.
È ancora presto, al Piper di via Tagliamento le entrate con gli omaggi sono aperte sino alle cinque e non sono nemmeno le quattro e un quarto. Mentre decido se investire parte della mia paghetta settimanale in un caffè, cosa che adoro, noto che Francesca sta arrivando verso di noi. Sento l’emozione salire dallo stomaco. Curiosamente si ferma da Giovanni che è appoggiato a una macchina accanto a me. Si mettono a parlare, lei si accende una sigaretta. “Ma dai fuma?” Penso sorpreso.
Lei mi guarda da sotto il suo cappellino blu della Marina Yachting e mi dice:
«Tu sei Davidino vero? Ci siamo conosciuti sabato, no?»
“E te pareva penso io, in una comitiva dove c’è er Vichingo ed er Serpente, pure la ragazza dei miei sogni mi chiama Davidino.”
«Si.» Rispondo io, manco mi avessero chiamato per un'interrogazione di matematica.
Francesca mi guarda e mi dice:
«Quasi non ti riconoscevo senza cappello, ma lo sai che stai meglio, sembri pure più alto!» Sicuro sono diventato rosso, ma con il freddo che fa spero non si noti troppo. Lei continua:
«Tu vai allo stadio spesso, no? Domani ci vai?» E io sempre più all’angolo:
«Beh certo che ci vado, ci vado sempre e poi della Coppa dei Campioni non me ne sono persa una!» Dico lasciandomi prendere dall’entusiasmo ma pentendomene subito, non voglio fare la figura di quello fissato per il calcio, cosa che effettivamente invece è vera.
Ora lei è decisamente interessata, non so cosa pensare. “Ma che vuole da me?”
«E domani vai dopo la scuola o non entri proprio? Mi potresti dare un passaggio allo stadio che mi vedo al Bar del Tennis con gli amici di mio fratello prima di entrare? Lui domani non può andare così vado io con il suo biglietto, ma non so come arrivare allo stadio, per il ritorno non c’è problema, torno con loro.»
Prima un senso di delusione enorme, come se non avessi saputo che non le potevo interessare davvero. Poi una sensazione di inadeguatezza si impadronisce di me, è decisamente troppo figa per me, non ha senso nemmeno che io ci pensi. Ma non ho nemmeno il motorino, come diavolo ce la porto allo stadio, con il 32? Sai che figata?
Solo una calla mi può salvare, infatti mento spudoratamente, senza pensarci troppo.
«Eh ma sai andiamo direttamente da scuola, non ho proprio tempo per passare a prenderti, e poi vado con un mio amico, noi andiamo sempre insieme.» Roba che, se avessi avuto anche solo un Garelli la sarei andata a prendere pure a Ciampino…
«Mannaggia – mi fa lei mettendo il broncio per finta – magari andiamo insieme a vedere un’altra partita. Ah, io sono Francesca, ti ricordi?»
“Lo so benissimo che tu sei Francesca,” penso tra me e me, “sono sei mesi che ti ciocco in giro per Prati e tu ora te ne esci così…”
Potrei dirlo per fare quello che sa cosa vuole, ma non dico nulla, che sei matto!
«Si, facciamo un’altra volta.» Le dico, mentre me ne vado verso il bar a prendermi il caffè che non potrei nemmeno permettermi.
Quando torno dopo essermi bevuto i resti della mia paghetta settimanale, Giovanni mi fa:
«A Davidi’ ma che sei tutto scemo? No, dico, lei è la mejo pischella de Prati, sono mesi che me fai fare via Cola avanti e indietro per vederla, lei ti chiede di accompagnarla e tu te la tiri? Ma che te sei rincoglionito?»
Cerco di scusarmi adducendo varie storie, ma alla fine sbotto:
«E con che la vado a prendere? Con la tessera dell’ATAC?» Sbotto sventolandogliela sotto il muso. Giovanni capisce il mio stato d’animo e lascia perdere, lo sa che non avere il motorino è qualcosa che soffro particolarmente.
Ancora un po’ agitato, mi volto e vedo il mio riflesso nella vetrina del caffe’, quasi non mi riconosco, non ho ancora sedici anni, alto, magro, i capelli pettinati con cura con il gel, gli occhi chiari se possibile mi danno uno sguardo ancora da bambino. Non sono nemmeno 4 mesi che ho cominciato ad uscire ed a frequentare questa comitiva. Ogni giorno per me e’ una scoperta. Oggi non fa eccezione.
Saremo almeno cinquanta, non si passa sul marciapiede, le famiglie con i bambini mascherati borbottano mentre cercano di oltrepassare un muro di adolescenti caciaroni. Sono le quattro e venticinque. Emiliano, una sorta di maestro di cerimonie, gira per i vari gruppetti dicendo che dobbiamo avviarci. Vogliamo arrivare tutti insieme. Qualcuno comincia ad accendere i motori, ma nessuno parte prima, vogliamo andare tutti insieme, quasi in corteo. L’aria sembra vibrare con la nostra energia
L’odore di olio a due tempi diventa pungente, il fumo biancastro dà fastidio agli occhi, il ticchettio delle marmitte dei motori al minimo, siamo veramente tanti, qualche clacson suona, qualche urlo, tante risate. Stiamo per partire. Salgo dietro a Giovanni sulla sua Vespa Special bianca. Mi fa piacere che sia lui a guidare, il collo del suo montone Avirex mi riparera’ dal vento. Fa fresco, non tira tramontana ma l’aria e’ pungente. Mi sistemo i guanti di montone con il risvolto di pelliccia bianca, ormai non più pulitissima, siamo pronti. Piumini di tutti i colori, montoni, qualche Henry Lloyd e tanti Schott. 501 una taglia più grande quasi per tutti, più o meno tutti con le Clarks, qualche Timberland a scarponcino e cinte de El Charro che si intravedono sotto le giacche rimboccati in vita. Ci mettiamo in movimento, siamo veramente tanti, quasi fermiamo il traffico.
Svoltiamo subito a destra per passare prima davanti al Supersonic, dove si aggiungono altri due ragazzi che poi sarebbero gli stessi che ci danno gli ingressi omaggio del Piper. Torniamo a via Cola di Rienzo e in un attimo attraversiamo il Tevere sul ponte Regina Margherita. Prima di prendere il Muro Torto, passiamo anche davanti al Mais, che rimane lì vicino, per caricare una ragazza che abita a piazzale Flaminio.
Facciamo questa strada perché così siamo sicuri che non ci siano posti di blocco dei Carabinieri, proseguiamo per i tunnel di corso d’Italia e infine giriamo per via Po. Zero rispetto per le norme della circolazione, quasi tutti in due, luci di posizione spesso fuori uso, in un gruppone che pareva uscito dal Giro d’Italia attraversiamo piazza Buenos Aires e siamo arrivati.
Giovanni e io parcheggiamo un po’ lontani, davanti a un negozio di vestiti, nella speranza che non ci forzino la sella e non ci lascino senza benzina come l’ultima volta. Leghiamo la Vespa a un palo, lasciamo i guanti sotto la sella chiusa da un lucchetto più grande di quello della catena che bloccava il motorino e andiamo. Cappellino in tasca, magari me lo metto dentro. C’è un casino terribile. Il traffico è praticamente bloccato.
Mi domando seriamente come pretendo di incontrare una persona lì in mezzo, senza un punto di riferimento. Vabbè, le ho spiegato dove ci mettiamo sempre, nella speranza che almeno lei sappia dove cercarmi.
La confusione all’entrata è infernale, i buttafuori fanno fatica a gestire il flusso di ragazzi. Noi siamo in tanti e riusciamo a entrare insieme facendoci spazio, ma qualche ragazza dietro di noi, in un altro gruppo, cade e si crea tanta confusione.
Comincio a preoccuparmi, tutta quella calca non mi piace e non mi fa stare a mio agio. È la stessa identica sensazione che si prova davanti ai cancelli della curva prima che vengano aperti. E la stessa della fila del Much More. Quasi vado in panico, ma riesco a stare calmo. Salto la fila al guardaroba, semmai verrò più tardi.
Entro sulla pista e il fresco dell’aria condizionata mi riporta un po’ di serenità. Mi guardo intorno, vedo un sacco di gente che sembra conoscersi da sempre. Moltissimi vivono in una zona ben delimitata tra quartiere Trieste, Nomentano, Parioli, Vigna Clara, Fleming e Cortina d’Ampezzo.
Noi di Prati o, meglio, vicino Prati, siamo abbastanza pochi. Ho visto un paio di amici dello stadio che vengono dai Colli Portuensi. Qualche ragazza l’ho già vista alla Bussola al Circeo, ma io ho visto loro, non viceversa. Mi sento trasparente per le ragazze.
Mi viene da pensare che non c’entro niente qui, sono le prime volte che vengo da queste parti e mi pare di essere completamente fuori posto. Siamo vestiti più o meno tutti uguali, con pochissime varianti, eppure siamo completamente diversi.
Non capisco benissimo come girano le cose, ma la mia naturale timidezza mi fa essere molto attento a quello che succede accanto a me. E non mi sembra che quelli intorno a noi siano esattamente amici nostri. In curva, per le occhiate che ci scambiamo qui dentro, ci saremmo già pestati a sangue e presi a cintate. Qui sono tutti più tranquilli, ma non scorre amicizia. Di solito le risse però succedono fuori. Vabbè ho altro a cui pensare. Mi guardo intorno. In alto la consolle dei disc jockey, mi piacerebbe tanto andare lì sopra a vedere come mettono i dischi, ma non si può salire se non conosci, e io ovviamente non conosco.
Sono sul lato destro del locale, dalla parte opposta all’entrata. Davanti a me le scalette e un palchetto alto un paio di metri, con sopra un ragazzo del servizio d’ordine oppure di quelli che danno i biglietti omaggio. Di certo non uno come me. Questo però lo conosco, frequentava la mia stessa scuola media, ma era un anno più piccolo. Abita qui vicino, io ero in classe con il fratello. Mi guarda dall’alto in basso e mi fa un cenno, manco mi saluta. Il mio senso di inadeguatezza è ai suoi massimi. Comincio a pensare di non aver fatto la scelta migliore per il mio primo appuntamento con Anna…
Verso le cinque e un quarto (penso siano le cinque e un quarto, non ho l’orologio, non lo possiedo proprio ma so sempre che ora è), inizia a uscire il fumo artificiale dalle macchine vicino alla pedana. Per un novizio come me è un momento magico, l’intro è spettacolare, il volume della musica che sale è una cosa mai provata prima. Sento i bassi dentro la pancia, il volume è assordante. Le luci che cominciano a muoversi a ritmo. Ma soprattutto la gente che comincia a mettersi in fila per ballare. Ballano tutti insieme, tutti allo stesso ritmo, quasi lo stesso passo. Quello che è un rito ormai assodato per moltissimi giovani adolescenti della Roma di quegli anni, per me è ancora una cosa da assaporare, quasi mi spaventa.
Le ragazze più scafate si vanno a mettere sulla pedana in prima fila, di fronte a qualche centinaio di persone. Io morirei dalla vergogna. Ce ne sono alcune veramente carine, che pure conciate come va di moda ora, sono veramente femminili.
Mentre guardo la folla che si prepara, mi cade lo sguardo su una ragazza alta. E lei!
Riconosco Francesca, l’unica che non ha un maglione addosso ma una camicia bianca aperta fuori dai jeans, sta benissimo, porta le All Star bianche, forse solo lei in tutto il Piper. Però non si è levata il cappellino e, mentre inizia a ballare nel punto dove batte la luce del riflettore, mi perdo nei suoi capelli biondi scuri che danzano sulle spalle. All’improvviso il riflettore si spegne e la luce di Wood fa brillare al buio la sua camicia, le sue scarpe e i suoi denti bianchissimi mentre sorride. Mi pare di vederla al rallentatore. Sono abbastanza sicuro di avere la bocca aperta come un cretino. Quelle poveracce accanto a lei scompaiono al confronto. Una visione… il basso di Love of the Common People e le prime parole delle coriste che io capisco come “Burchaaa" segnano il momento in cui veramente inizia il pomeriggio del Piper.
Io sono esterrefatto da tutto. Mi sembra tutto irreale. Solo un anno fa ancora mi guardavo Gundam e ora sto davanti a una delle ragazze più belle che abbia mai visto in vita mia.
Mi riporta al mondo terreno il commento del Boccia, un ragazzo che viene a scuola mia e che gioca a rugby al CUS Roma, che vedendomi a bocca aperta mi fa:
«A Davidi’ accanna che quella non è robba per noi, hai visto che figa? Dai annamo a balla’, che te frega.»
“E sì che me frega…” Mica lo sa il Boccia (detto così perché ha i capelli cortissimi, sta facendo il corso per prendere il brevetto di paracadutista, fa flessioni pure in mezzo alla strada) che lei nemmeno un’ora fa, lei mi aveva chiesto di accompagnarla allo stadio domani… “’Tacci mia e der motorino, che non c’ho!”
Dopo Paul Young, il disc jockey mette What is love di Howard Jones. Non mi piace tantissimo ma c'è veramente troppa confusione, troppo caldo, troppo fumo; decido di posare la giacca e mentre mi dirigo verso il guardaroba praticamente sbatto contro Anna! Oddio mi sento il cuore in gola, ammazza quanto è carina!
«Davidino!» dice lei. Io penso che debba proprio ispirare questa cosa del Davidino perché tutte le ragazze carine che vedo mi chiamano così oggi!
Mi stampa un bacione sulla guancia e mi chiede dove sto andando. Io le spiego che prima non ero riuscito a lasciare la giacca al guardaroba e volevo posarla. Lei mi guarda e poi mi dice:
«Ma lo sai che stai meglio senza cappellino, quasi non ti riconoscevo? Mi sembravi molto più grande.» Da una parte impreco per il cappellino infilato nella tasca posteriore, lo vorrei buttare per terra e fare sparire. Dall’altro lato mi faccio i complimenti per il look che ho scelto. Anche se sono morto di freddo per venire qui.
Stiamo due minuti lì a provare a chiacchierare, poi sento che stanno per mettere la canzone che preferisco, Happy Children, e come me, tutto il Piper corre verso la pista. L’intro è spettacolare e pure uno che non è nato per ballare come me si scatena (quante ore passate a provare quei quattro passi in croce che manco sapevo fare bene). Anna è ancora più carina quando balla. Stiamo ancora lì una decina di minuti e proviamo a parlare ma non ci si riesce proprio. All’improvviso lei mi prende la mano, si avvicina e mi dice all’orecchio:
«Da’ andiamo via? Tanto ho la mia Vespa, ti porto io.»
Il mio primo pensiero è che siamo ancora a metà pomeriggio, ma mi sto zitto. Istintivamente capisco che la devo seguire e tanti saluti alla comitiva. Lei mi dice che va a cercare Cristina così le dice di tornare con qualcuno dei loro amici.
Mentre parliamo mi sento osservato, Anna si allontana, mi giro verso la pedana e vedo Francesca che mi sorride. “E te pareva, proprio adesso! Sono sei mesi che non parlo con una ragazza che mi piace e adesso due insieme lo stesso giorno... Ammazza che sfiga!”
Scende e viene verso di me.
«Davidino! – e daje penso io – vieni a ballare con me, stanno per mettere Dance Hall Days, la canzone che mi piace di più!» Non so che fare, sono combattutissimo. Vorrei restare qui, ma voglio anche andare via con Anna. Alla fine mi faccio coraggio e le dico:
«No, non posso, sto andando via.» Il sorriso le sparisce dal viso, forse la prima volta in vita mia che ho dato una delusione a una ragazza. Poi aggiungo:
«Scusami Francesca ma devo accompagnare una mia amica a casa.» Forse le do ancora più fastidio…
«Ma è la tua ragazza?» Mi chiede.
«No, no, però mi ha chiesto un favore.» Aggiungo quasi per giustificarmi. In quel momento, da dietro di me arriva Anna, si guardano per un attimo. Io saluto Francesca che, per non mostrarsi sconfitta, mi stampa un bacione sulla guancia per salutarmi. Fino a tre giorni fa non mi avrebbe guardato manco se avessi avuto un Tènèrè…
Il Boccia da lontano mi guarda e mi fa una faccia buffissima, come per dire ma che diavolo stai facendo. Incrocio pure Giovanni che mi dà un'occhiataccia, capisce al volo che sto uscendo e mi dice:
«Ma con chi vai?» Io indico Anna con lo sguardo, Giovanni sorride e mi dice:
«’Tacci tua, in manco un’ora hai rimorchiato e te ne vai? Hai capito ‘sto cazzo de Davidino…» E si mette a ridere con il Boccia.
Mentre saliamo le scale mi ricordo che non ho i guanti, sono sotto la sella della Vespa di Giovanni. Pazienza mica posso tornare indietro, come facciamo con le chiavi…
Saliamo le scale e il buttafuori più anziano ci dice che se andiamo via non possiamo più rientrare. Annuisco, abbasso lo sguardo e penso che non ho nessuna intenzione di rientrare.
Anna è venuta con la sua Vespa, è legata davanti alla fontana delle Rane. Anche lei non si fida a lasciarla davanti al Piper. È già buio, non sono nemmeno le sei e siamo già fuori. Fa un freddo becco, mi metto il cappellino, ancora non ho capito come faro’ a tornare nel lato nostro della città senza guanti, ci vuole almeno mezz’ora, mi congelerò, ma di certo non mi metto a frignare.
Anna mi guarda, vede che non i guanti e mi dice:
«Prendi i miei!» E se li sfila.
Io sorrido, veramente toccato dal gesto, ma le mie mani sono parecchio più grandi delle sue. Per farglielo capire, ne alzo una a metà tra me e lei e le dico:
«Grazie ma non mi entrerebbero...» Lei guarda la mia mano, la fissa per un attimo, alza la sua e l’appoggia sulla mia, palmo contro palmo. È diventata serissima, mi dice:
«Hai delle mani bellissime, la prossima volta mi porto la matita e le voglio disegnare!»
Dentro di me penso che oggi stiano succedendo cose che non avevo mai nemmeno pensato prima. Ora addirittura vuole fare un disegno della mia mano!
Partiamo, guido io. Torniamo a via Tagliamento, proseguiamo per via Po e invece di prendere i vialoni di Corso Italia, rimaniamo sul lato dei palazzi, voglio scendere per Villa Borghese.
La Vespa di Anna va come un aeroplano, mi racconta che suo fratello Andrea è pazzo per i motori e gliela sistema sempre. Arriviamo a piazzale Brasile e ci buttiamo giù per via San Paolo del Brasile, nella serena speranza che non ci sia un posto di blocco dei Carabinieri. È una serata bellissima, il cielo stellato, Roma fredda e quasi deserta nel centro di Villa Borghese, freno alla rotonda del Galoppatoio, non mi vorrei addobbare proprio questa sera, scalo in terza, rallento parecchio, poi di nuovo quarta con un filo di gas, non abbiamo fretta.
Adoro attraversare Villa Borghese, sono cinque minuti di pace, sento solo il motore della Vespa, l’abbraccio di Anna, il suo viso che cerca riparo dal vento dietro la mia spalla e il freddo del parco. Rispuntiamo nella civiltà a piazzale Flaminio, con le sue luci quasi ci acceca. Passo a sinistra la fila degli autobus che scarica quelli che devono prendere la metro e siamo quasi a via Cola di Rienzo. Ci fermiamo a prendere un pezzo di pizza. Ho una fame epocale e tutte le cose strane che mi sono successe quel giorno, compresi gli allenamenti che il sadico allenatore non mi aveva fatto saltare, mi hanno stancato tantissimo.
Mangiamo cinquecento lire di pizza bianca, piace a tutti e due. Ho le mani livide, non credo faccia più di tre o quattro gradi. Anna vede le mie dita ormai viola e le prende tra i suoi guanti per scaldarle. Non ho più fame, punto. Mi si è chiuso lo stomaco. Si leva i guanti per tenermi le mani con le sue che sono più calde. Lei è seduta sulla Vespa, avvolta nel suo Moncler nero, le gambe accavallate come se fosse in un caffè elegante mentre siamo in mezzo a via Fabio Massimo. A pochi metri da noi, la bolgia del Carnevale di via Cola di Rienzo, dove genitori e nonni portano a passeggio bambini mascherati in costumi di tutte le fogge e colori.
«Da’ grazie che sei venuto via con me, oggi proprio non mi andava di stare lì dentro, troppo casino e poi volevo parlare con te, lì non si sente niente. Mi dispiace se ti ho rovinato il pomeriggio.»
«Ma no – le dico – anche a me non piace tantissimo andare a ballare se c’è troppa gente.»
Parliamo un altro po’ ma ormai sono le sette e un quarto ed è ora di tornare a casa. Le ridò i guanti che mi ero messo per scherzo, mi ci entrano solo le dita ma almeno non le ho perse per il freddo. Lei è seduta sulla Vespa, si alza in piedi sulla pedana, ora è più alta di me di qualche centimetro, siamo molto vicini, in un attimo è come se il traffico e tutto quello intorno a noi non ci fosse più. Non sento nemmeno più freddo. Occhi negli occhi, sento di nuovo il suo profumo come una settimana fa, no, nemmeno è passata una settimana… Istintivamente alzo una mano e l’appoggio sulla sua guancia. Lei ci si appoggia comoda, ci si accoccola quasi, come se non aspettasse altro. Siamo ancora più vicini, sento il suo respiro. Non posso non baciarla, la bacio.
Le nostre labbra si sfiorano, fredde della tramontana romana di fine inverno, prima timide poi più sicure.
La bacio come avrei baciato la mia ragazza, da sempre, solo che non sono mai stato con una ragazza che veramente mi piacesse. Lei in piedi sulla Vespa, io davanti a lei, davanti a una pizzeria al taglio, mentre ci davamo il primo bacio.
Rimaniamo lì come due sedicenni stupidi, forse per una trentina di secondi. Rimaniamo abbracciati per un momento che non saprei definire. Le mi guarda e mi dice
«Sei proprio un ragazzo dolcissimo.» Ecco, io mi aspettavo che mi dicesse che ero il più figo di Roma tra Prati ed Aurelio, ma mi posso comunque accontentare.
Ripartiamo abbracciati sulla Vespa come se fossimo sempre stati così. Guido solo con la destra, a parte quando devo cambiare marcia, per tenere la mia mano tra le sue.
Arrivammo sotto casa mia, i negozi stanno chiudendo. Scendo e le dico di andare piano mentre torna a casa. Lo so che lei va in motorino da prima di me, ma sento di doverla proteggere. Da sotto il suo cappellino vedo i suoi occhi verdi ridere, rido anche io sotto il mio cappello. Un bacio appena sfiorato sulle labbra e riparte per la Balduina.
Quando è ripartita per tornare a casa, dopo avermi lasciato i vestiti dopo l’incendio, nei tre minuti che sono rimasto sotto casa indeciso su cosa dovessi fare, ho rivisto i nostri due mesi insieme passarmi davanti, da quel Martedì Grasso a quel martedì infernale.
La vedo in lontananza ferma all’incrocio tra Valle Aurelia e via Baldo degli Ubaldi. Lo sento che nulla sarà come prima. L’abbraccio così forte che mi ha data sotto casa è stato come la fine di due mesi di sogno. Non avevo mai vissuto una cosa così. Ma vederla andare via mi dà l'idea che la mia vita si stia sgretolando pezzo dopo pezzo. Sospiro forte, esce Roberto il fruttivendolo, che forse si è visto tutta la scena e mi dice:
«Da’ ma ci vai a vedere la Finale?»
Negli ultimi due giorni, con tutto quello che mi e’ successo non ci ho proprio pensato, Ma a Roma, tra poche settimane si disputerà la finale della Coppa dei Campioni, e la Roma, alla sua prima partecipazione, sara’ una delle due finaliste! Per me, tifoso giallorosso al secondo anno di stadio, e’ un sogno. Difficile da realizzare perche’ non avendo l’abbonamento, difficilmente sarei riuscito ad avere un biglietto. Non poter andare ad assistere alla finale, dopo aver visto tutte le partite in casa, era un ulteriore colpo al mio morale. Invece, pochi giorni prima che vengano messi in vendita i biglietti, un signore che viene allo stadio e che si siede a pochi sedili da noi, decide di non andare alla partita perché ha paura degli inglesi e non vogliono avere problemi. E con lui il figlio, quindi due biglietti!! Non appena ce li propongono, io e un mio amico, come me senza tessera, non ce lo facciamo dire due volte e ci prendiamo gli abbonamenti e relative prelazioni. Per me un regalo enorme, ci voleva, con quello che sto passando. Ora bisogna andarli a prendere, questi biglietti. La data cruciale, e’ il giorno dopo la fine del campionato..
È il quattordici maggio, sono le 5 del mattino, prima dell’alba. Stiamo andando in motorino a via dei Cerchi per prendere i biglietti che ci spettano. C'è una caterva di gente che dorme lì dalla notte prima ma tutto fila liscio, a parte la fila enorme, alcuni sono arrivati direttamente la sera prima dallo stadio, dopo l’ultima partita di campionato con il Verona, vinta tre a due, con tanto di invasione di campo finale. Entriamo a scuola verso le 11 ma ne valeva la pena. Non riesco a capacitarmi della fortuna che ho avuto nell’ottenere quel biglietto! A scuola facciamo vedere a tutti i biglietti della finale. Ci sono re delle carte francesi stampati sopra.
Torniamo a casa suonando con i motorini come se avessimo già vinto la Coppa. Mi ricordo all’uscita dalla Sud, dopo la semifinale contro il Dundee, il venticinque aprile, e la storica rimonta, tutti che urlavano “Annamo a pija’ i bijetti per la finale”. Era la prima volta che la Roma disputava la Coppa dei Campioni ed era arrivata in Finale. E la finale si gioca a Roma.
L’attesa è incredibile. Non mi sembra di aver mai vissuto niente di simile. Nemmeno per la partita della finale della Campionato del Mondo dell’Italia contro la Germania dell’Ovest, oppure l’anno prima per la festa scudetto all’Olimpico con il Torino. Per me, il calcio da quando lo capivo, era solo vittoria, con la Roma di Liedholm e Viola.
Ricordo la prima vittoria in Coppa Italia, con la gente impazzita e i vesponi dentro le fontane in centro. In due anni ho visto l’Italia vincere il campionato del Mondo, ma soprattutto la Roma vincere il campionato e arrivare in finale di Coppa dei Campioni.
Appena arrivo a casa vedo il telegiornale e rimango a bocca aperta di fronte agli incidenti e scontri che si erano verificati per la vendita dei biglietti senza prelazione allo Stadio Olimpico. Lo speaker dice che già dalla notte prima oltre tredicimila persone attendevano la messa in vendita di circa cinquemila biglietti. La ricetta perfetta per un disastro, che infatti si verifica con cariche a cavallo e blindati intorno alla Palla del Foro Italico.
Non ho nemmeno percezione di quello che deve succedere. Per me è naturale andare allo stadio a vedere quella partita, le ho viste tutte quelle giocate all’Olimpico per la Coppa dei Campioni, dal Göteborg, al CSKA (ammazza l’acqua che abbiamo preso), alla Dinamo Berlino per finire al Dundee (come mi sono scottato al sole quel 25 aprile).
I giorni che precedono la finale sono come un limbo. Continuo a fare le cose che devo fare.
La scuola scorre serena, se così si può dire. Devo solo non fare casini e mantenere tutti i sei nelle materie critiche e levarmi qualche soddisfazione.
Però anche se le cose vanno benino, forse mi promuovono, non riesco a essere contento. Prima cosa, la casa bruciata. Da solo questo basterebbe a fare di me un caso umano. In più io sono pure un po’ timido e questa cosa non mi ha aiutato. Tra l’altro ho messo un sacco di distanza tra me e Anna. Praticamente ci siamo lasciati, non ci sentiamo più e non so nemmeno perché. Ma non so che farci.
Passo un sacco di tempo da solo. E l’unico pensiero che mi piace è quello della partita. Pensare di poter vincere la Coppa dei Campioni, con la Finale giocata a Roma. Non ha nessun senso pensare di perderla.
Il giorno prima esco da scuola, prendo la Vespa comprata con i soldi delle vincite al picchetto. È un cesso vero, blu perché copre la ruggine e non fa vedere i segni degli incidenti. Però è mia, ho il libretto di circolazione. L'unico vero problema è che i miei non lo sanno… E non hanno idea che io abbia così tanti soldi.
E invece di andare subito a casa, faccio un giro verso l’Olimpico per assaggiare l’aria. Non sono nemmeno due chilometri da Piazza Giovine Italia sino a largo Maresciallo Giardino. Ma sembra di arrivare in un altro mondo. Inglesi che girano sereni, romani che cercano biglietti, bagarini che ne vendono, chioschi che vendono bandiere della Roma (alcune con la Coppa raffigurata, rabbrividisco essendo un essere estremamente superstizioso). Non ho mai visto così tanto casino attorno allo stadio il giorno prima di una partita. Se il mio scopo era tranquillizzarmi, in realtà questo giro mi ha fatto venire un senso di ansia incredibile. Se avessi avuto il biglietto con me (è a casa di mia nonna, dentro una busta che ho foderato di carta stagnola, assolutamente convinto che sarebbe stato protetto in caso di un altro incendio) sarei rimasto allo stadio ad aspettare la partita.
Vado a casa. Non parlo con nessuno. Sono concentrato come se dovessi giocare io. Passo il pomeriggio a prepararmi per il compito di matematica di venerdì. L'ultimo dell’anno. Mi basta un sei meno meno… ma non posso sbagliare; come la Roma.
Vado a letto ma non dormo. Come fai a dormire prima di una partita così. È come se tutto quello che non si è bruciato della vita rimasta fosse rappresentato da quel biglietto.
Tutto passa di lì.
Tutto.
Il trenta maggio del 1984 esco di casa alle sette del mattino, vado a piedi alla fermata dell’autobus. Sciarpa della Roma al collo, parecchie macchine mi suonano agitando le mani fuori dal finestrino. Andrò allo stadio con i miei amici di sempre che sono anche miei compagni di classe, meglio non rischiare di far vedere la Vespa. Sono sveglio dalle quattro, ho uno zaino con due bottiglie di aranciata da due litri, un tot di panini, un libro e il compito di matematica da ripassare.
Mia nonna Anna mi ha fatto bere il caffè che aveva preparato per lei. Se io dovessi andare in guerra, lei avrebbe una faccia meno spaventata. Passo per casa dei miei, ormai un vero cantiere. Mia madre mi dice di stare attento agli inglesi, agli Hooligans. Io, pur sempre romano e coatto anche se giovane e timido, le rispondo:
«No Ma’, sono loro che devono stare in campana, questa è casa nostra!»
Mi guarda malissimo. Ma non li vedrò mai da vicino gli inglesi quel giorno.
I cancelli apriranno verso mezzogiorno. Mentre andiamo ci fermiamo a fare colazione al bar Curva Sud di via degli Ammiragli. Moltissimi romanisti hanno avuto la nostra stessa idea. Tutti nervosissimi. Non vola una mosca. Partiamo, in silenzio, non sembra che si stia andando allo stadio.
In dieci minuti scarsi siamo allo stadio. Lasciamo i motorini a viale dei Gladiatori. C’è un casino inimmaginabile. Facce bruttissime che ti squadrano, tutti pensano di rubarti il biglietto, ed effettivamente corrono voci clamorose a riguardo. Stiamo tutti attaccati, mai visto questo casino all’Olimpico. Pieno di bagarini che cercano biglietti, un mio compagno di scuola come da tradizione si compra due borghetti, sono solo le otto e mezza del mattino. Arriviamo davanti alle barricate della polizia, in mezzo a centinaia di romanisti.
Tutti quelli che stanno andando allo stadio sono tesi, ma allo stesso tempo orgogliosi. Rappresenteranno un popolo, una città. Che li aspetta appena fuori i cancelli.
L’unica preoccupazione è arrivare allo stadio, entrare, esserci. La calca è inimmaginabile. Sento decine di persone vicino a noi che non hanno il biglietto, sto attentissimo. Prima dei cancelli dello stadio, a circa duecento metri di distanza, hanno piazzato delle transenne per far avvicinare solo chi ha il biglietto. È un inferno. Fa già caldo alle nove del mattino. Alle undici, dopo due ore di briscole e scopette giocate in piedi come i cavalli, ci fanno avvicinare agli ingressi, non sono riusciti a fermare nessuno senza biglietto, troppa calca. Alle dodici aprono i cancelli, senza troppa confusione perché la calca è disumana e fermare qualcuno all’ingresso è impossibile. Passo i cancelli, non mi strappano nemmeno il biglietto. Mi giro verso i cancelli e vedo il rumore, si, lo vedo il rumore della folla fuori dalla recinzione che spinge come un mostro feroce per entrare, sale una polvere beige, è come se tutto fosse animato. Passo i controlli di sicurezza, corro per le scale.
Siamo dentro! Che emozione! Non siamo tra i primi ma nemmeno tra gli ultimi. Sono le dodici e venti. Mancano poco meno di otto ore alla partita, già lo so che sarà lunghissima.
Il pranzo con i panini, la lettura dei vari giornali, quotidiani e quelli distribuiti allo stadio, le partite a scopone scientifico. I giri per la curva, cercando di capire come sarà la coreografia. L’altra parte dello stadio che si riempie di inglesi, che cantano e tifano in un modo diverso da noi. Diversi. Lontani.
Davanti a me una curva rossa e bianca. Il loro yeah al goal di O’Neil, e quello sul rigore finale li ricorderò per tutta la vita. Ancora non ho visto un inglese da vicino.
Voleva dire tantissimo per me. Una piccola rivincita nei confronti della sfortuna. Significava tanto; troppo forse…
Piango tantissimo, Un signore, che potrebbe essere mio padre, con gli occhi lucidi anche lui, cerca di consolarmi, io continuo a piangere, mai pianto così per una partita. Forse piango per tutto quello che mi è successo in queste quattro settimane, forse piango perché so che non ne vedrò un’altra di finale di Coppa dei Campioni a Roma con la Roma.
Forse piango perché sto capendo che la vita non vai mai come ti aspetti o come speri. E quando pensi che tutto sia come deve essere; ecco il rigore.
Continuo a piangere.
Torniamo a casa, la gente è confusa, non si sa cosa fare. Il Circo Massimo è pieno di gente che attendeva una festa che non arriverà mai. Il concerto continua, deve continuare, mai come oggi, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore…
Persa ai rigori, una sorta di maledizione. Perdere una finale di Coppa dei Campioni in casa non è una cosa che si dimentica in fretta. Per come sto io stasera non credo che mi riprenderò più. Al ritorno a casa mia madre mi dice che mi ha visto piangere in televisione, non ci credo ma so che è possibile. Ho ancora gli occhi rossi, non ho sonno, vado a casa di mia nonna dove sono andato a vivere dopo l’incendio e sto sveglio fino alle quattro.
Sento che vorrei parlare con Anna, ma sono due settimane che non ci sentiamo più. O meglio, sono io che sono sparito.
Vorrei tanto averla vicino ora.
Ma dentro di me so che non la vedrò mai più.
È tutto finito e non so perché.
Non mi capisco più nemmeno io.
Maggio è quasi finito, malissimo.
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